Progetto A.A.A
Accoglie, Accompagna Avvicina

Il progetto A.A.A. Accoglie Avvicina, Accompagna, ha l’obiettivo di coniugare inclusione, integrazione, sviluppo del territorio, storie di vita, competenze e formazione in un unico progetto di cura della comunità.

Ideato da Lavazza e Rete Italiana di Cultura Popolare in collaborazione con Ascom Epat Torino e provincia, Forter Piemonte ente formativo delle associazioni di categoria, Cooperativa O.r.s.o., Con.i.sa. Val Susa, European Reasearch Institute, Diaconia Valdese.

Diciotto uomini e donne, tra richiedenti asilo e cittadini italiani appartenenti a fasce deboli della popolazione, sono stati individuati grazie alla collaborazione delle diverse agenzie sul territorio, e attraverso interviste orali e accompagnati nell’ottenimento delle competenze per diventare baristi, acquisire così la professionalità necessaria per trovare uno sbocco nel settore.

La Rete grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo ha lavorato alla ricerca delle storie di vita, del riconoscimento delle competenze anche informali e nella restituzione di una dignità narrativa in alcuni territori piemontesi.

Lavazza ha fornito un supporto per entrare in contatto con le storie dei bar e gli strumenti necessari alla formazione del gruppo di giovani mettendo a disposizione docenti e strumenti del proprio Training Center, in collaborazione con Forter.

A.A.A. nasce dunque da un vero è proprio processo di attivazione di una parte della comunità produttiva di un quartiere di Torino, Aurora, e le modalità del lavoro di ricerca svolto con l’ausilio del Portale dei saperi. Ciò ha permesso di fare emergere il patrimonio relazionale invisibile e condividere necessità e bisogni produttivi, culturali e umani.

Il Portale dei saperi è stato realizzato con la main partner di Fondazione Vodafone Italia ed è un dispositivo utilizzato per leggere, analizzare e sviluppare processi virtuosi nelle comunità di prossimità.

Le storie

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"Questo borgo ha un avvenire. Via Catania una volta era la via dove passavano i funerali, oggi come oggi ci sono i  bar e i dehor. Prima era il viale del tramonto oggi è la “via lumière”.

Torino e i suoi caffé, Torino e le sue pasticcerie. I gusti sono sempre uguali, anche con la tecnologia che avanza. Una volta il raffreddamento si faceva sul marmo, ora con gli abbattitori. Ma i gusti “vecchi” con i sapori di una volta, piacciono sempre. E con i suoi 60 anni di attività, si può dire che Raspino e le sue bignole sono un'istituzione.

Sono nato a Torino ma mi sento govonese. Sono qui dal 1959 e le cose sono molto cambiate da allora. Qui era un borgo operaio, c’era la Ceat con quasi 3000 operai. Oggi il quartiere si è trasformato con l’Università, l’Italgas... Un volta dire Corso Regio Parco era come dire estrema periferia, oggi invece è come dire centro.  Anch’io sono cambiato tanto, ero un garzone di bottega e ho ereditato l’attività dal mio datore di lavoro, scomparso prematuramente. Mi ha lasciato la pasticceria. Ho iniziato alla fine della guerra nel ‘49 e quest’anno l’attività compie 60 anni. La mia attività è nata per caso. Ho pagato 3 milioni a 100 mila lire al mese per acquistarla, il primo incasso è stato di 13 mila lire e mi sembrava di toccare il cielo con un dito. Sono affezionato a tutti i prodotti di pasticceria ma quando sforno il panettone a Natale è una grande soddisfazione perché è il frutto del mio lavoro… il lievito madre… una creazione! Oggi non va di moda la bignola ma la miglior pasticceria che ci sia è sempre la bignola. Sarò vecchio, ma è così!"

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"Non mi ricordo il nome del paese nel quale sono arrivato, ma era nel sud dell’Italia, poi sono stato trasferito a Settimo Torinese e finalmente sono arrivato a Susa. Sono nato in Nigeria, ho 28 anni e oggi vivo da solo in Italia. Dico finalmente perchè Susa mi piace tantissimo, preferisco la vita in questo paese rispetto alle grandi città, quando sono arrivato ho pensato che “sì, questo posto è giusto per me”.

Ho sempre giocato a calcio nel mio paese e qui, oggi, faccio parte della squadra del Bussoleno, ma io “mi sento cuoco”. In Nigeria ho cucinato spesso quando lavoravo per l’esercito e mi piacerebbe continuare a fare il cuoco. Un mio amico nella squadra di calcio mi sta insegnando le ricette Italiane, anche se non è facile, le ricette sono molto diverse e devo imparare tanto. Sto studiando anche l’italiano e tra poco farò gli esami, la mia prima lingua è l’inglese, la lingua del lavoro, della scuola e della strada, ma in casa con i miei si parlava solo il dialetto Yoruba. Non voglio andare in un altro paese o in un’altra città. Io voglio stare a Susa, non c’è confusione ma solo la pace e le montagne. Qui c’è casa."

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"Sono Gioacchino Torre, sono qui da più di 45 anni, quando sono arrivato a Torino ero giovanissimo, non avevo né moglie né figli e ora sono già nonno. E’ cambiato tutto, anche questo quartiere. Allora era piombo ora è oro.

Sono nato a Torregrotta, in provincia di Messina, a due passi da Milazzo di fronte alle isole Eolie. Per anni ho indossato una divisa con la quale ho girato l’Italia in lungo e in largo, ma da piccolo già a 11 anni mi svegliavo alle 5 del mattino per fare la granita nella gelateria dei cugini di mio padre.
Da grande ho rinunciato al “posto fisso” che tutti desiderano, per aprire questa attività,  ho pensato “ci sono tanti Siciliani emigrati a Torino e soprattutto tutti questi “nordisti” che vengono in vacanza e apprezzano la granita siciliana, non la potrebbero apprezzare anche al Nord?”. Il 15 Dicembre del 1972, ho aperto il mio bar a Torino. Il nome di Torre oggi in città è molto conosciuto, la verità è che la vita ti restituisce quello che tu gli dai  “se dai, hai..”
Quando sono arrivato questo era “Il Borgo Fumej” il quartiere del fumo e delle fabbrichette, ora guardati attorno, è tutto cambiato, ci sono tante belle realtà, oggi è una “chicca”,  è arrivata l’università, gli studenti, le piccole imprese. Questa era una zona popolare, di emigrazione. Negli anni settanta i meridionali arrivavano portandosi dietro altri meridionali, e non tutti erano ben visti, c’era anche la criminalità e la droga, ma c’erano soprattutto tanti onesti lavoratori. Io sono stato fortunato, ma non per caso. Oggi, senza che io lo volessi, tutti e tre i miei figli lavorano con me e il mio bar d’estate ha più di trenta dipendenti. A me non piace quando dicono che questa è diventata un’isola felice, mi piace pensare che in Corso Regio Parco si è creato un clima che ha portato tutti a migliorarsi. Io avevo le cambiali da pagare, ed eravamo soltanto io e mio Fratello, due siciliani a Torino. Oggi d’estate con la mia granita sembra di essere al mare. Della Sicilia mi sono portato dietro i colori e la cultura del lavoro. Ai giovani consiglio di studiare, il sapere non basta mai, bisogna sempre migliorarsi."

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"Vengo dal Congo e ho un figlio che compie quattro anni a settembre, io invece sono in Italia da quasi cinque anni. Lui è nato in Italia e ora frequenta l’asilo, io in Congo andavo a scuola, e ho studiato per 12 anni, volevo diventare una dottoressa.

Penso di essere una persona creativa, mi piace creare e decorare con le mie mani, anche qui in Italia continuo a creare gioielli e vestiti, anche da casa. Mi piace la musica. Mi piace ballare. In Congo preparavo le spose per i matrimoni, le truccavo le acconciavo, allestivo e decoravo anche la sala. Vorrei tanto continuare a farlo anche in Italia, ma quando sono arrivata ero da sola e dovevo fare la mamma a tempo pieno. Ora che mio figlio va a scuola posso tornare a dedicarmi a me stessa. Con lui parlo in francese ma mi risponde sempre in italiano, con la mia di mamma invece, parlo in Lingala la nostra lingua madre.

Non lo so se rimarrò qui, nella vita non si sa mai, Torino è bella, ma nella vita non si sa mai, come dico sempre “il domani è una sorpresa vediamo cosa ci regala."

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"Qui si chiude il cerchio aperto dai miei bisnonni!
Sono nata in una città a sud del Brasile, quasi ai confini con l'Argentina e ho avuto un’infanzia felice: i miei giochi erano gli alberi di mango.
La mia è stata una famiglia di emigranti veneti e si mangiava polenta tutti i giorni, loro hanno portato l'Italia e il dialetto ovunque andassero.
Abbiamo vissuto anche nella giungla dove si andava a scuola senza scarpe.
Quando sono diventata grande ho studiato architettura e viaggiato in Olanda, a Londra, in Irlanda e in America, prima di frequentare un master che mi ha portato a Torino.
Amen Bar è nato da me e mio marito, anche lui è un architetto.
Ci siamo innamorati dei Docks Dora perché è uno luogo fatto da persone creative e appassionate.
L'essenza di Amen è l'allegria, sono le culture che s’incontrano. Nel futuro vorremmo che questi spazi potessero essere frequentati da tutti, che ne facessero un po’ casa loro, così come lo è diventata per noi."

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“Ho 20 anni e dopo le medie ho cominciato subito a lavorare negli alberghi e nei bar, ho provato anche a fare la parrucchiera ma poi sono tornata alla ristorazione. Mi piacciono le persone, sogno di aprire un piccolo bar e stare dietro a un bancone. 
Ma soprattutto mi piace imparare. 
Non avendo potuto finire gli studi ho dovuto imparare tutto da sola e ho capito che mi piace moltissimo! 
Vorrei essere indipendente, non chiedere niente a nessuno. 
Mi piace la montagna, ma questo è normale dato che la mia è una famiglia di Valsusini. In valle c’è poca gente, non c’è traffico, magari ci sono i turisti francesi e inglesi. E anche se non capisco la loro lingua mi piace stare a contatto con loro. 
Vado a Cavallo in un piccolo maneggio dietro un albergo di Mattie. Gli animali ti danno grande affetto e la mia cavalla si chiama Kira, ho imparato a prendermene cura. Mi prendo cura anche dei miei due fratelli più piccoli.” 
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“Torino è una città bellissima, sono stato a Bolzano,Napoli, Roma, Firenze, Berlino, Monaco di Baviera e in molti altri posti. Ma Torino è Torino. Torino è Torino. Non voglio più andare via, non ci ho neanche mai pensato.


Frequento il politecnico, studio ingegneria meccanica, nel mio tempo libero sono un giocatore della squadra di cricket del Torino, aiutando mio padre in cucina ho scoperto che mi piace anche cucinare, anzi mi piace mangiare, troppo! Anche se non si direbbe… posso cucinarti qualsiasi piatto pakistano indiano ma anche italiano. Qualsiasi. Per adesso però voglio solo imparare, laurearmi. Parlo tante lingue nella mia vita, urdu e indi con la mia famiglia, inglese per studiare e l’italiano con gli amici, anche se non sono mai stato in una scuola per imparare l’italiano, l’ho imparato con gli amici o lavorando con mio padre.

Con l’università ho conosciuto molti amici, italiani ciprioti libanesi americani, da tutto il mondo quasi. Se mi manca il pakistan? Non tanto.

Ho molti sogni, voglio fare tante cose, la mia passione è imparare. Imparare qualsiasi cosa. Io sono un calciatore, io sono un giocatore di cricket, io sono un cuoco, io sono un ingegnere, io sono tutto.”

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